2007

…a proposito di angeli

A cura di Cinzia Bollino Bossi.

Il tema dell’angelo – soggetto caro alla tradizione figurativa, non solo occidentale, si sviluppa in questa mostra in una serie di opere realizzate appositamente per l’occasione.

L’angelo, da intendere in senso religioso sia in occasione laica, come guida e custode, è fortemente presente anche nella toponomastica e nel paesaggio romani.

Perciò, dopo Milano, la mostra approda a Roma, città che più di ogni altra ha presenze angeliche in chiese, ponti, piazze, palazzi, musei e raccolte d’arte.

L’esposizione è un’occasione per riflettere sul mutamento del canone figurativo e simbolico e per intrecciare un dialogo serrato e fecondo tra passato e presente.

Recensione

“L’angelo per me era soprattutto una metafora, cioè il meglio di noi stessi” (Wim Wenders).
Angeli. Che è come dire tutto. Gli angeli soccorrono e assistono, annunciano maternità e progenie, si fanno strumento di giustizia e vendetta. L’angelo è il volo: ascendente, verso il cielo; discendente, che è una sorta di caduta controllata, con le ali a fare da freno. Già, le ali. La storia dell’arte ce ne ha date di bellissime. Ci sono quelle diafane e trasparenti, simili a battiti di farfalla dei putti di Mantegna, e quelle gonfie, piumate, come di un uccello raro ed esotico, di Jan van Eyck.
Poiché sacro in senso numinoso, l’angelo desta sentimenti opposti, di timore e di attrazione. E i demoni altro non sono che angeli caduti, troppo superbi per accontentarsi del ruolo e del posto a loro assegnati. Concentrato di antinomie e di contrasti, l’angelo è stato fatto partecipe del moto ellittico e gonfio che innalza ai cieli barocchi; è stato la perfezione efebica della bellezza neoplatonica; è stato visto reggere e incoronare, brandire lame e porgere gigli, patire ed esultare, sospirare, sbuffare, sorridere, piangere, traghettare anime e pesarne altre, suonare le trombe del giudizio e i violini delle musiche celesti, giocare e adirarsi, stare composto nella cœlistis hierarchia , in quella multitudo ordinata sinonimo delle comunità sulla terra, e sgambettare in scorci arditi appeso a una nuvola.
C’è il pane degli angeli, la musica degli angeli e c’è chi ancora discute sul loro sesso. Ci sono gli arcangeli, i cherubini e i puttini ridenti che ostentano la parentela – almeno formale e figurativa – con gli amorini pagani. E questo per limitarci alla pittura. Poi ci sono sculture angeliche, edifici angelici (Castel Sant’Angelo), ritratti angelicati; c’è la poesia – dove basterebbero gli esempi lontanissimi tra loro di Dante e Rilke – , ci sono le canzoni, ci sono il cinema e la fotografia (“Los angeles” di Joel Peter Witkin). E poi c’è tutta la teoria che ha fecondato l’arte: l’angelologia, la dottrina, la teologia, l’interpretazione biblica e la lettura laica. C’è la realtà: i city angels che portano conforto e aiuto nelle notti disperate, i puttini della Madonna Sistina di Raffaello messi un po’ dappertutto, gli angioletti di Fiorucci e forse milioni di persone che si chiamano Angela, Angelo e simili. C’è Los Angeles, l’Angelo Azzurro, il lievito per le torte e tutto un fiorente catalogo di immagini e immaginette angeliche, utilizzate per impacchettare prodotti d’ogni tipo. Insomma, parlare di angeli equivale a mettere mano a un elenco amplissimo di simboli, saperi e concetti, ma anche di cose e immagini e forme, che a elencarne anche solo una minima parte con una pretesa un po’ filologica non basterebbe lo spazio qui a disposizione.
E la sfida raccolta dagli artisti è stata proprio dare un volto a ciò che volto non ha ma che, paradossalmente, è già stato declinato in infinite forme.
Caterina Matricardi riflette allora sull’anonimato e l’invisibilità dell’angelo: i suoi scatti fotografici palesano entità fatte di luce, testimoni silenti di fatti, accadimenti, luoghi. Gli angeli della Matricardi abitano il mondo: stanno in città, nelle vie dei mercati e delle fiere, sui marciapiedi, dentro i palazzi, in riva al mare. Ascoltano dialoghi e pensieri. Ma stanno anche dentro prigioni e spazi angusti, soli, isolati. Sono angeli che più che proteggere andrebbero protetti, umanamente fragili, impercettibili. La loro è un’esistenza in punta di piedi, come tutte le esistenze sofferte. Poeticamente affine, seppure condotta con canoni figurativi e tecnici differenti, è la versione dell’angelo di Giuseppina Marchetti. Attraverso la manualità arcaica e sapienziale del lavoro con l’uncinetto, la Marchetti crea pupazzi di diversa foggia e misura. I suoi angeli sono cherubini malati, feriti e mutilati, ma tenacemente attaccati a una promessa di vita terrena attraverso una sessualità tumefatta e gonfia, garanzia riproduttiva con le ali a fare da volano.
Gianfranco Bergamaschi realizza collages usando come base fogli di giornale, brandelli di notizie e notizie fatte a brandelli, come a difendere l’esistenza dai mali della cronaca. Su questi fogli appone una X, che diventa marchio e sigla, sottolineatura e ulteriore firma. Gli angeli provengono dal repertorio iconografico esistente, e vanno a comporre un catalogo multiforme e variopinto: modelle e abiti, scatole di profumi e riproduzioni d’arte, autoritratti fotografici e articoli di nera. L’angelo, nella sua accezione spirituale e salvifica, è sempre più nascosto quanto gli altri sono invece esibiti, sembra concludere Bergamaschi.
L’opera di Lughia stimola l’osservatore a riflettere sul contrasto e l’ossimoro. Accanto a una scultura in ferro raffigurante una schiena alata, china e racchiusa nel pensiero, l’artista colloca un’opera a parete realizzata chiudendo entro due fogli di plexiglas, come fossero uno scrigno prezioso, ali, piume e le leggere strofe di Prévèrt. Peso e levità, forma e aria, materia e pulviscolo, cielo e terra si avvicendano nel dire le diverse facce dell’angelo, i diversi nomi di una presenza assente.
Attraverso una pittura barocca, piena e ricca di umori e di pathos, di rosso e di oro, Marcello Motta si spinge nella definizione del lato oscuro dell’angelo. Il demone – inteso non come diavolo, ma come ossessione – è il vero soggetto delle sue tele. E allora gli arcangeli hanno la faccia e il ghigno dell’attore, la morte alloggia accanto all’ala, l’elefante è simbolo di esotismo e mistero, lontananza e opulenza, la donna è sirena che canta e non la si può non ascoltare, e la seduzione è la più intrigante delle tentazioni.
Oro anche nell’opera di Roberto Papini Tivitavi. Nel ciclo “Riflessioni”, realizzato su specchi, l’oro delimita sagome vuote, entro le quali è possibile vedersi. Riflessione è perciò l’azione dello specchio nello specchio, ma è anche lo sguardo introspettivo di chi, riflesso, getta un occhio dentro sé, alla ricerca del proprio essere angelo, inteso come capacità di agire nel vero e nel bene. E “Sensi”, serie di fotografie, è ulteriore conferma della possibilità di captare il mistero panico del mondo attraverso occhi, bocca, naso, mani…
La fisicità aerea dell’angelo è contrapposta alla concretezza effimera dell’uomo nella proposta di Michela Grienti. L’angelo, con la sua leggerezza, si stacca dalla superficie, diventa aggetto, elemento proiettato oltre. L’artista illustra il brano della Bibbia in cui si narra dell’ospitalità di Abramo: i tre angeli che visitano il patriarca nel querceto di Mamre diventano metafora dell’accoglienza e dell’ascolto. O meglio, del bisogno e della necessità dell’accoglienza e dell’ascolto. Come a dire: solo nell’apertura verso l’altro è possibile la piena comprensione di ciò che ci circonda. Dividendo e condividendo il pane, il cibo, il sapere, la parola, ci è data la possibilità di riconoscere l’angelo che abita di fianco a noi. E quello che abita dentro di noi.

Cinzia Bollino Bossi

Vapore acqueo

Oino – Osservatorio di Piero AlmeonI e di Paola Sabatti – Brescia

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Vedo ciò che sento

Collettiva di artisti all’associazione culturale ZERUNO di Barletta (Bari)

Recensione

CENTRO CULTURALE ZEROUNO
Via Enrico Cialdini 8
Barletta (BA)
VEDO CIÒ CHE SENTO 2007

A cura di Francesca Mazzarelli
Autori: Paolo Buatti, Gilberto de Berardis, Angelo De Boni, Luigi Latino, Caterina Matricardi
Spiegare un’opera, il suo significato, la sua concettualità, il messaggio esplicito o recondito che un lavoro porta con sè e che l’artista vi abbia voluto attribuire, non  sempre facile.
Credo che nell’arte sia sufficiente guardare un lavoro e lasciarsi trasportare. Dalle sensazioni che si provano, dalla sua apparente assurdità.
Ogni artista, ogni qual volta si manifesta, sembra dica “vedo ciò che sento”. Realtà. Racconti celati. Illusioni.
Quello che vediamo può essere singolare.
Quello che sentiamo può essere unico.
In arte ciò accade. Sempre.
Accade nelle astrazioni di Luigi Latino che si interpreta. Racconta e trasmette il suo mondo con linee e colori che si susseguono e si rincorrono per rapire chi per un attimo volge lo sguardo sui suoi lavori. Le parole mancano e si trasformano in gesti, rapidi, incisivi, narrazione di un istintivo e profondo sentire.

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Sono esili e delicati i supporti per Caterina Matricardi. Opere vicine al suo stato d’animo, quasi poste al di qua di un velo che lascia trasparire il lirismo che la anima e la connota. Si può vedere l’armonia nei suoi lavori, immaginare quel che c’è scostando quel velo, leggere la sua poesia e sentirla fino in fondo. Realtà soavi come le atmosfere che coglie con la sua fotografia, proiezioni di attimi intensi e indicibili a parole.

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