2003

Degustazioni sensoriali Supperclub-Roma 2003

UN NUOVO MODO DI SENTIRE L’ARTE
AL SUPPERCLUB APPUNTAMENTO CON LE “DEGUSTAZIONI SENSORIALI”

Recensione

SUPPERCLUB 2003
INQUIETUDINE
La percezione è sempre prima di tutto percezione di sé, della propria identità. Caterina Matricardi sceglie un modo inusuale di rappresentarlo, un modo che riflette il suo studio sullo spazio, sul vuoto, sul pieno e sulla metafisica. L’io della coscienza, dell’identità distinta, è una figura che appare nell’arancione. Come per le Veneri di Danilo Fiorucci, anche qui l’immagine è distorta, sfuma, i contorni si dissolvono e si confondono con la luce. Ma a differenza dell’opera precedente ora la percezione è rivolta all’interno, e la ricerca di sé (dell’artista ma di ogni uomo) naufraga nell’inquietudine di sé. Si chiama “Presenze”, questa raccolta di opere di Caterina. Ma in realtà parla di assenze: figure dissolte, ombre mangiate da un bagliore familiare ma allo stesso tempo minaccioso. La percezione di sé, sembra dirci l’artista, non solo è difficile, ma impossibile. Dietro c’è la cornice che ricorre in tutta la serie: il nero, il buio dell’incoscenza, dell’indistinto, una stanza onirica, un ventre materno da cui tutto parte e a cui tutto ritorna, l’avvertimento che ci stiamo introducento in una sfera della realtà intima. Nella dialettica tra la luce e contorno non c’è solo tutta la storia dell’arte, ma anche quella dell’uomo. Come già “Enigma” anche quest’opera non dà risposte, ma pone una domanda: chi è in grado di tracciare i confini netti tra se stesso e la percezione di sé e del mondo?
L’ATTESA
L’amore è essenzialmente attesa: l’attesa del bacio, l’attesa di una telefonata, l’attesa del prossimo incontro, l’attesa delle confeme e, soprattutto, come momento finale dell’attendere, l’attesa di un figlio. Come sempre Caterina non concretizza l’oggetto dell’attendere. C’è un io che aspetta, ma non importa chi sia quest’io: la figura anche qui è un essere antropomorficamente ambiquo, che non si impone, è sgranato, sfuma, fa fatica ad emergere nella luce, che ne divora i contorni.
Né importa cosa aspetti: qui va in scena l’attesa come condizione umana. La figura è rivolta verso di noi, è come fosse proprio da noi che si aspettasse qualcosa. Che cosa? Forse un gesto artistico, perchè la figura è come davanti a uno specchio: si riconosce in noi che guardiamo, come noi ci riconosciamo in lei. In questi rimandi si svolge l’essenza dell’opera d’arte, specchio in cui lo spettatore si riflette. Curioso paradosso temporale, quello che accade in quest’opera: la posizione della figura comunica il senso della precarietà, della temporalità finita dell’azione, ma l’immagine totale rende invece il senso dell’atemporalità, dell’essere immutabile: è in questo paradosso che si svolge la dialettica tra l’attesa come attesa di qualcosa di finito e l’attesa come condizione esistenziale dell’uomo.

DOLCEZZA
La maternità diventa lo spunto per Caterina per un viaggio all’interno delle stanze dell’inconscio. Ma questa maternità è intesa come condizione esistenziale, non biologica, è l’appagamento dei sensi, non distinque tra sessi: qui non c’è una donna, ma un essere indifferenziato, fifliforme, androgeno e marziano, allungato, quasi tirato per i piedi e le mani, straripante dalla foto; un essere senza principio né fine, le sue estremità, la testa, sede del pensiero, i piedi, simbolo della stabilità della realtà e della concretezza, sono tagliati, svaniscono al di là dell’opera. C’è la metafisica della coscienza, c’è il surrealismo onirico, c’è la tragedia della tecnologia, del neon che divora. Tra la forma e lo spazio si crea un rapporto di antitesi, come nelle sculture di Giacometti, la figura si riduce a un filo, a un segno di presenza strappato al nulla. In tutte le opere della serie “Presenze” di Caterina Matricardi c’è qualcosa di tragico, la volontà della figura di non essere annullata dalla luce, dal mondo tecnologico. La presenza diventa un rimasuglio, un resto conquistato a fatica. Tra lei e il mondo c’è il cordone ombelicale, sede atavica della conoscenza: è il primo contatto con l’esterno, il luogo primo dove l’umanità si reitera e comunica. Non viene mai reciso, accompagna ogni momento dell’esistenza, come se fosse l’estrema garanzia del fatto di essere vivi.

INTIMITA’
Di nuovo ci sono molte somiglianze tra quest’opera di Caterina Matricardi e quella precedente di Eugenio Riotto. Anche qui va in scena una rappresentazione fortemente dinamica: anche se l’uomo e la donna sono uno di fronte all’altro senza compiere movimenti, l’opera comunica un senso di azione vivo. Questa volta l’elemento maschile e quello femminile hanno la stessa nitidezza, si fanno avanti nella luce con pari forza. L’elemento maschile non sovrasta più quello femminile, anzi la donna ad avanzare verso l’uomo. C’è anche qui un vuoto essenziale attorno a cui converge l’opera: questo elemento centrale è un triangolo, simbolo della perfezione e della trinità. A convergere e a confondersi sono le teste, sede del pensiero, e i ventri, luogo degli istiniti più profondi ma anche della conoscenza. L’intesa non può prescindere dal contatto dei sensi ma ha sede altrove, è un convergere dei pensieri, è un riconoscersi e un appertenersi così essenziale da far sfumare ogni differenza.

I fili (Open Mind – Milano 2003)

Gli interni del mare

Le cabine che hanno subito le calure dei raggi solari e i consumi degli “spogliati . Vestiti”, conservano tracce, momenti di vita legate ai sapori, sentimenti, storie della spiaggia… Testimoni di mille volti nello spazio di un’estate.

 I fili

I fili come racconti lineari che vivono paralleli o si incrociano, che iniziano e terminano dove il tempo e lo spazio consentono. Come storie di vita che si intrecciano oppure no e che hanno nel cielo il loro destino.

 

Presenze

Le presenze sono figure stagliate su uno sfondo colorato. I contorni, però, non sono netti, ma corrosi dalla luce che cerca di consumarle lentamente. Il nero delle silhouettes resiste comunque alla dilatazione della luce; come al consumo graduale del colore. Il colore rappresenta la minaccia delle tecnologie che assorbono energie limitando sempre più lo spazio vitale.